Rassegna stampa #118
Le competenze politiche tra narcisismo e carriera
Il lavoro rappresenta un terreno di gioco dove ruoli e relazioni si intrecciano in una continua sfida sociale e dove la carriera occupa una posizione centrale. Quando all’interno di un’organizzazione il lavoratore presenta tratti di personalità riconducibili al narcisismo grandioso – come un forte desiderio di ammirazione, sentimenti di superiorità e scarsa empatia – questo terreno può, tuttavia, divenire scivoloso. Uno studio tedesco ha approfondito le dinamiche tra narcisismo, reputazione lavorativa e soddisfazione professionale. Lo studio si è basato sulla raccolta di dati muti-fonte e ha coinvolto 406 lavoratori: ciascuno è stato valutato da un piccolo gruppo di colleghi, così da ricavare una misura aggregata dello status lavorativo percepito, ossia la reputazione sul luogo di lavoro. Quest’ultima, sebbene risulti collegata a indicatori oggettivi di carriera, dipende anche dalla capacità di instaurare buone relazioni interpersonali. I risultati hanno evidenziato una relazione negativa indiretta tra il narcisismo grandioso e la soddisfazione professionale, mediata dallo status lavorativo. In altre parole, la spinta narcisistica ad avanzare nella carriera e la scarsa motivazione ad andare d’accordo con gli altri sembrano riflettersi in una cattiva reputazione sul lavoro, poiché portano a essere percepiti come egoisti, arroganti e manipolatori. Nonostante ciò, una risorsa che può fare la differenza è rappresentata dalle competenze politiche, ovvero le abilità sociali che consentono di navigare efficacemente le dinamiche interpersonali nel contesto lavorativo, assicurando vantaggi personali o professionali. Queste abilità includono l’astuzia sociale, la capacità persuasiva, il saper “fare rete” e l’apparire sinceri. Chi ha elevati tratti narcisistici ma possiede buone capacità politiche sembra in grado di controllare gli aspetti più problematici della propria personalità, riuscendo a esprimere le tendenze antagonistiche e individualiste in un modo più appropriato e meno minaccioso nelle interazioni sociali.
In conclusione, lo studio evidenzia come, per gli individui con elevati livelli di narcisismo grandioso, le competenze politiche rappresentino una risorsa chiave: promuovere tali abilità nei lavoratori, attraverso interventi mirati, potrebbe sostenere il benessere individuale e migliorare la qualità delle dinamiche organizzative.
Incertezze affettive e realtà virtuali
L’adolescenza si caratterizza come una finestra evolutiva costellata da incertezza e bisogni relazionali profondi. Quando le figure genitoriali non rappresentano una base sicura, i legami di attaccamento possono diventare fonte di ansia, associandosi a paura dell’abbandono e a sentimenti di inadeguatezza. Di fronte alla frustrazione dei bisogni relazionali, è possibile che i giovani cerchino rifugio in mondi paralleli alla realtà, come quelli offerti dai videogiochi.
Uno studio italiano condotto in alcune scuole superiori ha indagato i percorsi con cui l’attaccamento ansioso può spingere gli adolescenti a utilizzare il gioco per compensare insicurezze relazionali e alleviare emozioni negative. Utilizzando un disegno longitudinale, lo studio ha coinvolto 570 adolescenti, che hanno compilato alcuni questionari online in due momenti distinti a distanza di sei mesi. I risultati hanno mostrato, nel tempo, effetti sia diretti che indiretti dell’attaccamento ansioso sul gioco compensatorio. In particolare, è emerso un ruolo cruciale di mediazione giocato dall’intolleranza all’incertezza, intesa come pregiudizio cognitivo che distorce il modo in cui le persone percepiscono, interpretano e rispondono a situazioni incerte. I videogiochi sembrano dunque offrire ai giovani una strategia per gestire emozioni spiacevoli, innescate da vissuti relazionali fragili e da un senso diffuso di imprevedibilità. Sebbene in una certa misura tale meccanismo possa essere adattivo, tuttavia, si associa a un maggior investimento del proprio tempo in questa attività e, soprattutto, ad un aumentato rischio di gioco problematico. Inoltre, lo studio rileva una specifica vulnerabilità nelle ragazze con attaccamento ansioso verso la madre, che risultano maggiormente inclini a utilizzare il gioco come strategia di coping.
Nel complesso, lo studio contribuisce alla comprensione delle radici affettive di alcuni comportamenti a rischio tra gli adolescenti, offrendo spunti utili in ambito clinico e di prevenzione. Dunque, interventi a supporto delle capacità genitoriali, da un lato, e programmi psicoeducativi per promuovere strategie di coping adattive negli adolescenti, dall’altro, potrebbero aiutare a prevenire l’uso disfunzionale dei videogiochi e favorire percorsi di crescita più sicuri e integrati.
Collaborare o competere? il ruolo dell’IA nella performance
L’intelligenza artificiale (IA) permea in maniera sempre più capillare le vite delle persone, sia nella sfera lavorativa che privata. Se, da un lato, essa offre strumenti utili a ottimizzare prestazioni e processi decisionali, dall’altro, solleva interrogativi sull’eccessiva dipendenza da tali strumenti.
Uno studio francese ha indagato in che modo il contesto motivazionale, orientato o meno alla prestazione e al confronto con gli altri, influenzi la scelta tra richiedere assistenza a un algoritmo o a un altro essere umano. Nel primo esperimento, 199 partecipanti hanno svolto un test di intelligenza non verbale, inquadrato secondo due diverse prospettive: a metà dei partecipanti è stato presentato come un’attività di puro divertimento, mentre all’altra come un compito valutativo volto a misurare le loro capacità rispetto a quelle altrui. In entrambe le condizioni, ai partecipanti è stata offerta la possibilità di richiedere suggerimenti ad un algoritmo. I risultati hanno chiaramente evidenziato come un contesto competitivo, rispetto a uno neutro, porti le persone ad affidarsi maggiormente all’IA. Inoltre, tale effetto sembra spiegato dalla percezione di maggiore utilità di tali strumenti, anziché da una maggiore accuratezza percepita.
Nel secondo esperimento, replicato con 193 partecipanti, è stata offerta questa volta la possibilità di chiedere assistenza scegliendo tra una raccomandazione algoritmica e quella di un pari. Un dato particolarmente interessante riguarda il fatto che, con l’introduzione dell’opzione umana, i partecipanti del contesto prestazionale tendevano a svalutare la fiducia nella collaborazione dei pari, piuttosto che aumentare quella nell’algoritmo, mostrando comunque una preferenza per l’IA. In sintesi, quando è in gioco la competizione, l’IA tende ad apparire agli individui come più efficiente e imparziale, mentre il supporto umano viene probabilmente percepito come una minaccia alla propria autostima. Tali dinamiche, nel tempo, potrebbero contribuire a rafforzare una mentalità individualistica e isolata del lavoro. Per questo motivo, sarebbe utile adottare un approccio ponderato all’integrazione dell’IA nei contesti formativi e professionali, che tenga conto non solo dell’ottimizzazione dei risultati ma soprattutto che supporti la cooperazione e coesione tra le persone.
Identikit del luogo nostalgico
In passato, il termine “nostalgia” si riferiva a sentimenti di sofferenza e tristezza legati al desiderio di tornare nella propria terra d’origine. Oggi, è considerata un sentimento complesso, che mescola felicità e tristezza, con sfumature prevalentemente positive, e che guarda a istanti lontani nel tempo e nel luogo, ma psicologicamente vividi. Essa può emergere da stimoli interiori, come la solitudine e la perdita di significato, ma anche da odori, sapori, suoni e sensazioni legate all’ambiente. La natura, in particolare, sembra avere un forte potere evocativo, grazie al suo effetto rigenerante e alla sua capacità di fare da sfondo a esperienze sociali ricche di emozioni. Una ricerca internazionale ha esplorato la cosiddetta nostalgia legata ai luoghi, definita come affetto o malinconia per posti visitati nel passato. Complessivamente, sono stati condotti tre studi: il primo ha analizzato le descrizioni linguistiche dei luoghi nostalgici; il secondo ha confrontato questi ultimi con luoghi ordinari, esplorandone i benefici psicologici; infine, il terzo ha ampliato i risultati precedenti. I risultati hanno messo in luce come i ricordi nostalgici siano dominati da paesaggi blu: mari, fiumi e laghi facevano più spesso da sfondo ai racconti nostalgici dei partecipanti. Questi luoghi, pur essendo fisicamente distanti, risultavano psicologicamente vicini, mostrando come la nostalgia funga da motore per viaggiare con il ricordo nel tempo e nello spazio. Inoltre, rispetto ai luoghi ordinari, quelli nostalgici erano descritti con parole più positive e meno negative. Quanto ai benefici psicologici, sembra che la nostalgia per il luogo rafforzi la connessione sociale, promuova il senso di significato, la continuità, l’autostima e i sentimenti di autenticità. Nel complesso, lo studio sottolinea quanto i luoghi che abitano la nostra memoria possano contribuire al benessere psicologico, rafforzando l’idea che anche il contesto fisico abbia un ruolo nel plasmare i nostri mondi interiori.