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Rassegna stampa #119

Sonno e umore: proiezioni reciproche durante la gravidanza

Problemi del sonno e sintomi depressivi possono essere presenti durante la gravidanza, variando nel corso dei mesi. Alcune ricerche precedenti mostrano che le due condizioni potrebbero essere collegate, tuttavia, la direzione e l’evoluzione di questa relazione, nonché i meccanismi sottostanti, restano scarsamente compresi. 
Uno studio statunitense ha approfondito come sonno e sintomatologia depressiva prenatale si influenzano nel tempo, adottando un disegno longitudinale attraverso tre momenti di misurazione. La ricerca ha coinvolto 222 donne in gravidanza, le quali hanno compilato questionari sul sonno e sulla depressione all’inizio, a metà e al termine della gravidanza. I ricercatori hanno trovato una relazione bidirezionale. In particolare, un sonno disturbato all’inizio della gravidanza è predittivo dei livelli di depressione a metà gravidanza e tale associazione persiste anche nelle fasi più avanzate. Lo stesso vale per la sintomatologia depressiva, che riesce a prevedere i problemi del sonno in tempi successivi della gestazione. Gli autori hanno ipotizzato che alla base di questa associazione potrebbero essere coinvolti processi biologici, come stati infiammatori materni o un’eccessiva attivazione dell’asse dello stress, così come difficoltà di regolazione emotiva, irritabilità e affaticamento. Queste scoperte sottolineano l’importanza di monitorare la qualità del sonno, oltre ai sintomi depressivi, sin dai primi mesi di gravidanza, poiché problemi del sonno e depressione prenatali si ripercuotono sulla salute sia materna che del nascituro. Uno screening diffuso e interventi mirati per migliorare il riposo notturno in gravidanza, quindi, non solo favorirebbero il benessere della madre ma potrebbero avere effetti positivi anche sullo sviluppo del bambino.  

Nevarez-Brewster, M., Zhou, A. M., Doom, J. R., Hankin, B. L.,& Poggi Davis, E. (2025). Investigating the dynamic relations between maternal sleep and depression across pregnancy, Journal of Mood & Anxiety Disorders, 12, 100139, ISSN 2950-0044.doi.org/10.1016/j.xjmad.2025.100139.

Il pensionamento come crocevia per differenti traiettorie di salute mentale

Il pensionamento rappresenta una transizione delicata che solleva sfide significative, con cambiamenti di portata tale da investire varie sfere della vita: cambiano le risorse materiali e psicologiche dell’individuo, si trasforma il suo ruolo sociale e persino la definizione identitaria. Tale evento si inscrive nella vita di ciascuno assumendo significati e valenze personali, rappresentando ora una minaccia che sospinge a trovare nuovi equilibri e ora un sollievo dalle pressioni lavorative. Inoltre, l’adattamento non è lineare: così come le traiettorie di benessere non sono uguali per tutti, gli effetti immediati della pensione possono differire da quelli a lungo termine. 
Uno studio recente ha analizzato questo processo utilizzando dati longitudinali provenienti da un ampio campione di 1538 partecipanti olandesi, seguiti annualmente per oltre dieci anni, nel periodo a cavallo del pensionamento. 
I risultati hanno evidenziato che, in generale, la salute mentale tende a migliorare successivamente al pensionamento, specialmente tra le persone che godono di uno status socioeconomico più elevato. Queste ultime, infatti, mostrano un incremento più stabile del benessere, mentre nei gruppi a reddito medio e basso si osserva un andamento in due fasi, spesso caratterizzato da un iniziale miglioramento con un calo a lungo termine. Anche i fattori di vulnerabilità si differenziano in base alla condizione socioeconomica: tra gli individui a basso reddito la salute mentale è risultata peggiore tra le donne e le persone non sposate, mentre nel gruppo a medio reddito il fattore di vulnerabilità è rappresentato da alte richieste lavorative di natura fisica prima del ritiro.
Complessivamente, lo studio evidenzia come il pensionamento costituisca un processo influenzato da disparità di reddito e vulnerabilità demografiche. Gli autori suggeriscono che politiche mirate, quali supporti finanziari, piani pensionistici ad hoc, programmi di salute mentale accessibili o interventi per ridurre il carico fisico sul lavoro, potrebbero favorire un adattamento più equilibrato, soprattutto per i gruppi più vulnerabili. 

Li, X., Murray, A. L., & Booth, T. (2025) Mental health trajectories surrounding retirement: A longitudinal perspective, SSM - Mental Health, 8, 100470, ISSN 2666-5603.doi.org/10.1016/j.ssmmh.2025.100470.

Ologrammi 3D e intelligenza emotiva: una nuova frontiera per l’apprendimento universitario?

L’intelligenza emotiva rappresenta una chiave particolarmente importante per l’apprendimento, promuovendo l’impegno cognitivo e la memorizzazione. I metodi educativi più tradizionali, spesso frontali e strutturati, non sempre riescono però a coinvolgere efficacemente gli studenti o a rispondere alla varietà dei loro stili di apprendimento. Il rapido sviluppo tecnologico offre oggi strumenti più dinamici e immersivi, che potrebbero favorire una partecipazione più attiva e un coinvolgimento emotivo più profondo. 
In questo quadro, un gruppo di ricercatori giordani ha esplorato in che modo una didattica basata su ologrammi 3D possa favorire diverse competenze di intelligenza emotiva negli studenti universitari.
La ricerca ha coinvolto 138 studenti, assegnati casualmente a un gruppo sperimentale, che seguiva lezioni supportate da ologrammi tridimensionali, o a un gruppo di controllo con didattica tradizionale. Tutti gli studenti hanno compilato questionari di intelligenza emotiva prima e dopo il corso.  
I risultati hanno evidenziato che l’esperienza immersiva offerta dagli ologrammi 3D era associata a un incremento significativo nelle competenze emotive, in particolare nella comprensione delle proprie emozioni, nell’autoregolazione e nella gestione delle interazioni sociali. Secondo gli autori, tale miglioramento potrebbe derivare dall’esperienza di apprendimento più tangibile e coinvolgente generata dalla tecnologia olografica. Inoltre, gli studenti del gruppo sperimentale tendevano a valutare il processo di apprendimento basato su ologrammi come più interessante e profondo rispetto ai metodi tradizionali. Pur riconoscendo il potenziale di queste tecnologie, gli autori sottolineano la necessità di ulteriori studi per distinguere gli effetti della didattica immersiva dall’entusiasmo per la novità, oltre che per valutarne l’applicabilità in diversi contesti educativi. Sembra dunque promettente, ma ancora da esplorare, la reale possibilità di questo modello didattico come strumento per promuovere sia l’apprendimento cognitivo sia quello socio-emotivo.

Alsswey, A., El-Qirem, F. A., & Omar, F. (2025). 3D holograms and emotional intelligence: Transforming interactive learning in higher education, Acta Psychologica, 261,105758, ISSN 0001-6918.doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.105758.

Nudge culturali per azioni sostenibili tra i dipendenti

La crisi ambientale, tra cambiamento climatico, riscaldamento globale e inquinamento, ha raggiunto livelli senza precedenti, in gran parte a causa dell’azione umana. In questo contesto, le organizzazioni cercano strategie efficaci per incoraggiare comportamenti sostenibili tra i propri dipendenti. Gli interventi convenzionali, basati su direttive esplicite o incentivi e sanzioni, spesso incontrano resistenze o producono esiti imprevedibili. Per questo motivo, si assiste al diffondersi di approcci più sottili, come i nudge comportamentali, capaci di guidare le scelte personali senza imporre vincoli, sfruttando bias cognitivi, segnali contestuali e norme sociali.
Un elemento centrale nell’efficacia dei nudge è l’identità culturale: chi si identifica con i valori e le norme del proprio gruppo sembra essere più propenso ad adottare comportamenti coerenti con le “spinte” generate dai nudge. 
Uno studio iraniano ha indagato tali dinamiche tra 350 dipendenti di un ente educativo attraverso questionari standardizzati e un’indagine trasversale. I nudge comportamentali che sono stati adottati nel presente studio hanno riguardato, ad esempio, la disposizione di contenitori per la raccolta differenziata nei pressi delle aree comuni dell’edificio, combinata all’affissione di poster motivazionali che facessero leva su valori culturalmente risonanti e legati all’ambiente.
I principali risultati hanno evidenziato una relazione positiva tra i nudge comportamentali e le pratiche ambientali dei dipendenti. L’identità culturale ha mediato parzialmente questa relazione: campagne ambientali che risuonano con valori condivisi, dunque, sembrano rafforzare il senso di appartenenza e favorire azioni sostenibili concrete. 
Queste evidenze suggeriscono che la semplice progettazione di interventi comportamentali non è sufficiente e che, invece, per amplificarne l’efficacia è fondamentale una risonanza con l’identità culturale dei dipendenti. Le organizzazioni dovrebbero dunque implementare nudge culturalmente sensibili, accompagnati a interventi educativi che colleghino pratiche sostenibili a valori condivisi, promuovendo un cambiamento comportamentale più profondo e duraturo. 

Hasanzadeh, R. & Haghkhah, D. (2025). Behavioral nudge capabilities and environmental behavior: Unveiling the mediating role of cultural identity, Social Sciences & Humanities Open,12, 101695, ISSN 2590-2911.doi.org/10.1016/j.ssaho.2025.101695.